PEPPERED Recensione: Salvare il mondo può essere la scelta peggiore

In molti videogiochi salvare il mondo è una missione gloriosa. In PEPPERED, invece, provare a farlo può trasformarti rapidamente in un criminale inseguito dalla polizia, odiato dall’opinione pubblica e considerato responsabile di problemi che stavi cercando di risolvere. Mostly Games parte da questa assurda inversione per costruire un platform 2D che utilizza salti, boss e sezioni stealth come strumenti per raccontare una storia molto più interessata alle conseguenze delle nostre azioni che alla ricerca della partita perfetta.

Il protagonista è un anonimo stagista che si ritrova davanti a una possibile catastrofe mentre il resto della società sembra troppo impegnato, rassegnato o semplicemente disinteressato per reagire. Da quel momento PEPPERED comincia a porre domande continuamente, spesso nascondendole dietro battute assurde e situazioni apparentemente stupide. La particolarità è che il gioco non vuole soltanto sapere cosa scegliamo: vuole ricordare anche come abbiamo fallito.

Non esiste una partita perfetta

L’idea più riuscita di PEPPERED è quella di togliere al giocatore una delle sicurezze più comuni del videogioco: poter correggere immediatamente ogni errore. I checkpoint esistono e le normali sezioni platform permettono di riprovare, ma alcune situazioni importanti seguono regole completamente differenti. Nei combattimenti contro determinati boss, una sconfitta non porta semplicemente al caricamento dell’ultimo salvataggio, perché la storia accetta il risultato e prosegue da lì.

Questa semplice decisione modifica completamente il modo in cui vengono affrontati gli scontri. In un normale platform perdere contro un boss significa impararne gli attacchi e ripetere il combattimento finché non viene superato, mentre qui esiste la consapevolezza che quell’occasione potrebbe non tornare. La tensione non nasce quindi soltanto dalla difficoltà meccanica, ma dalla curiosità di capire quali conseguenze potrebbe avere una sconfitta.

La cosa ancora più interessante è che PEPPERED non considera necessariamente il fallimento come una versione peggiore della storia. Perdere può aprire scene, luoghi e situazioni completamente differenti, trasformando un errore in un percorso narrativo che un giocatore più abile potrebbe non vedere affatto. È un approccio che rende difficile distinguere una partita riuscita da una sbagliata, perché entrambe possono raccontare qualcosa di significativo.

Un platform che cambia continuamente le regole

Alla base rimane comunque un vero platform 2D. Si corre, si salta, si utilizzano movimenti combinati e si affrontano sezioni che richiedono una buona precisione, soprattutto quando il gioco comincia ad aumentare il ritmo. PEPPERED non rinuncia alla difficoltà e alcune sequenze possono richiedere diversi tentativi, ma raramente utilizza il platforming come unico elemento dell’esperienza.

Mostly Games inserisce infatti continuamente deviazioni. Ci sono momenti stealth, conversazioni, inseguimenti, attività assurde e persino situazioni nelle quali ci si ritrova a gestire cose che apparentemente non hanno nulla a che vedere con un platform tradizionale. Il gioco può chiedere di sfruttare un carrello della spesa, partecipare a una presentazione o interagire con qualche personaggio completamente fuori di testa, cambiando tono prima che una determinata meccanica riesca a diventare troppo familiare.

Questa imprevedibilità è contemporaneamente un pregio e un limite. PEPPERED possiede tantissime idee e spesso le utilizza soltanto per pochi minuti, preferendo sorprendere anziché approfondire ogni sistema. Chi cerca un platform estremamente tecnico e costruito attorno a una progressione meccanica molto precisa potrebbe trovarlo dispersivo, mentre chi apprezza giochi capaci di reinventarsi continuamente troverà proprio in questa instabilità uno dei suoi aspetti migliori.

Le scelte non cambiano soltanto il finale

Molti videogiochi promettono decisioni importanti ma finiscono per concentrare tutte le conseguenze negli ultimi minuti. PEPPERED cerca invece di far percepire molto prima le differenze tra un percorso e l’altro. Una risposta, un’azione, una sconfitta o persino il modo in cui viene affrontata una determinata situazione possono modificare scene successive e condurre verso aree completamente diverse.

Questo significa che due partite possono allontanarsi notevolmente l’una dall’altra. Non si tratta soltanto di ottenere un dialogo differente o vedere un personaggio vivo invece che morto, perché alcune diramazioni possono modificare la durata del percorso, le attività proposte e persino il tipo di situazione che bisogna affrontare. Il gioco utilizza quindi la struttura ramificata come una vera meccanica, non semplicemente come un sistema per moltiplicare i finali.

La conseguenza è una forte curiosità verso una seconda partita. Sapere di aver perso un boss, ignorato un personaggio o preso una decisione discutibile spinge naturalmente a chiedersi cosa sarebbe successo comportandosi diversamente. Allo stesso tempo, la prima esperienza rimane probabilmente quella più efficace proprio perché non si conoscono ancora le conseguenze e ogni scelta viene effettuata senza sapere se si sta aprendo una strada interessante oppure andando incontro al disastro.

Fa ridere mentre parla di cose tutt’altro che leggere

L’aspetto più sorprendente di PEPPERED è probabilmente il tono. Il gioco parla di fine del mondo, apatia collettiva, lavoro alienante, autorità, media e incapacità delle persone di reagire anche davanti a una minaccia evidente, ma lo fa attraverso umorismo nero e situazioni volutamente ridicole. Il risultato riesce spesso a essere divertente proprio perché sotto la battuta rimane quasi sempre qualcosa di estremamente amaro.

Anche la pixel art contribuisce a questo equilibrio. Personaggi molto semplici, animazioni volutamente esagerate e scenari apparentemente leggeri permettono al gioco di passare da una gag a una situazione decisamente più inquietante senza un cambio estetico troppo brusco. La presentazione non cerca mai di rendere drammatico ogni momento, lasciando che siano soprattutto le conseguenze delle azioni a dare peso alla storia.

Non tutte le battute colpiscono nello stesso modo e l’insistenza sull’assurdo può occasionalmente spezzare scene che avrebbero beneficiato di qualche momento di maggiore calma. È però difficile negare che PEPPERED possieda una voce molto riconoscibile. Anche quando una situazione non funziona perfettamente, raramente sembra qualcosa inserito soltanto perché altri platform fanno la stessa cosa.

PEPPERED riesce soprattutto perché non pretende che il giocatore faccia tutto bene. Accetta gli errori, li registra e li trasforma in materiale narrativo, arrivando quasi a suggerire che vedere una storia imperfetta sia più interessante che ottenere immediatamente il risultato migliore. Questa filosofia rende ogni boss, scelta e deviazione molto più significativa di quanto la grafica apparentemente semplice possa lasciare immaginare.

Come platform puro non raggiunge sempre la profondità dei migliori esponenti del genere e alcune meccaniche vengono abbandonate proprio quando iniziano a diventare interessanti. Ma ridurre PEPPERED alla precisione dei suoi salti significherebbe ignorare ciò che lo rende particolare: la capacità di trasformare le conseguenze in gameplay. È uno di quei giochi nei quali arrivare alla fine non significa necessariamente aver fatto le cose nel modo giusto, perché spesso sono proprio gli errori a costruire la storia più memorabile.