Una frase secca, provocatoria e impossibile da ignorare ha scatenato un’ondata di reazioni online: “25 milioni, offerta finale”. È così che Alistair McFarlane, figura legata allo sviluppo di Rust, ha deciso di rivolgersi pubblicamente ad Amazon Game Studios, lanciando una proposta clamorosa con un obiettivo preciso: evitare la chiusura definitiva di New World.
Il tono del messaggio è volutamente diretto, quasi sfidante, e proprio per questo ha iniziato a girare ovunque in poche ore. Non si tratta solo di soldi o di un’uscita teatrale per far parlare di sé: dietro c’è un’idea che negli ultimi anni sta diventando sempre più forte tra i giocatori, soprattutto tra chi vive MMO e live service in modo intenso. I giochi non dovrebbero morire.
Un’offerta virale che nasce da un problema reale
La proposta di McFarlane colpisce perché arriva su un tema che la community conosce fin troppo bene: quando un gioco online chiude, spesso non resta nulla. Non è come un titolo offline che puoi reinstallare tra dieci anni per nostalgia. In un MMO, se i server si spengono, sparisce l’intero mondo.
E nel caso di New World, parliamo di un gioco che ha costruito nel tempo una sua identità precisa. Al di là dei problemi avuti in passato, molti giocatori ci hanno investito ore, amicizie, gilde, progressi, economia di gioco e routine quotidiane. Ed è proprio questo il punto che accende la rabbia e la tristezza: non si perde solo un videogioco, si perde un pezzo di esperienza condivisa.
“I giochi non dovrebbero morire”: l’idea che divide ma cresce sempre di più
McFarlane non ha semplicemente detto “salviamo New World”. Ha spinto un concetto più grande e più scomodo, cioè che l’industria dovrebbe cambiare mentalità sui live service. Perché oggi molti giocatori iniziano a percepire questi titoli come mondi veri, luoghi digitali in cui succedono cose che hanno valore, anche se non sono “reali” nel senso tradizionale.
Chi gioca un MMO per anni non sta solo completando missioni: sta costruendo routine, relazioni e ricordi. E quando un publisher decide di chiudere tutto, il messaggio che passa è brutale: anni di vita digitale possono essere cancellati in un attimo.
È per questo che l’uscita di McFarlane ha fatto rumore. Perché in quella cifra, 25 milioni, c’è anche il simbolo di un ragionamento: se esiste un modo per salvare un gioco, magari con una gestione diversa, più sostenibile o con un passaggio di mano, perché scegliere di cancellarlo del tutto?
La proposta ad Amazon: spegnere tutto o tentare una ripartenza
Il cuore del discorso è semplice: invece di chiudere e basta, ci sarebbero alternative. Una potrebbe essere una gestione diversa, una sorta di rilancio o un passaggio che consenta al progetto di vivere ancora, anche in forma ridotta o con un modello più stabile.
Per tanti giocatori questa prospettiva è molto più logica di quanto sembri. In un periodo in cui moltissimi giochi vengono chiusi, ritirati, “spenti” senza possibilità di continuare, l’idea di lasciare almeno un’opzione aperta diventa quasi una richiesta di rispetto verso la community.
New World, in fondo, non è un singolo prodotto. È un ecosistema. E spegnerlo significa eliminare un mondo in cui una parte di pubblico ha costruito una storia personale.
Nessuna conferma ufficiale, ma il messaggio ha già colpito nel segno
Al momento non esiste alcuna conferma su trattative reali o risposte dirette da parte di Amazon Game Studios. Però la cosa più importante è un’altra: il post di McFarlane è diventato virale perché ha toccato un nervo scoperto, e quel nervo non riguarda solo New World.
Riguarda un problema più grande: la sensazione che i giochi online siano sempre più usa e getta, anche quando una parte di community sarebbe pronta a sostenerli ancora. E in questo clima, un messaggio come “25 milioni, offerta finale” diventa quasi un manifesto: una provocazione, sì, ma anche una chiamata alle armi per chi crede che certi mondi non meritino di sparire.
Un segnale forte che riaccende il dibattito sull’industria
Quello che sta succedendo dimostra una cosa: il pubblico sta cambiando. I giocatori non accettano più con leggerezza l’idea che un MMO possa essere cancellato e dimenticato. Non dopo anni di tempo speso, non dopo comunità costruite, non dopo tutto quello che un gioco del genere rappresenta.
E anche se questa proposta resterà solo una provocazione, ha già ottenuto un risultato enorme: ha riportato New World al centro della discussione e ha rimesso sul tavolo una domanda che l’industria dovrà affrontare sempre più spesso nei prossimi anni. Quando un gioco online finisce, è davvero obbligatorio spegnere tutto per sempre?