Cat Me If You Can parte da una formula che sembra quasi impossibile da complicare: entrare in uno scenario, trovare i gatti nascosti e fotografarli. In realtà Cosmic Stag Games riesce a costruire attorno a questa idea un’esperienza molto più articolata, sfruttando ambienti tridimensionali, piccoli enigmi e un sistema di esplorazione che invita continuamente a cambiare punto di vista.
Non è un gioco che cerca di mettere pressione. Non ci sono avversari, timer o penalità capaci di interrompere la ricerca. Tutto ruota intorno all’osservazione e alla soddisfazione di scoprire un dettaglio che sembrava parte dello scenario. I 725 gatti complessivi garantiscono inoltre una quantità di contenuti molto superiore a quella che il tono leggero potrebbe far immaginare.
La scelta di utilizzare una macchina fotografica invece di un semplice comando per raccogliere i felini è uno degli elementi che contribuiscono maggiormente alla personalità del progetto. Bisogna realmente individuare il soggetto, inquadrarlo e aggiungerlo alla propria collezione, creando un rapporto più diretto tra esplorazione e scoperta.
Ogni scenario è costruito per ingannare lo sguardo
La ricerca dei gatti funziona soprattutto perché Cat Me If You Can non si limita a nascondere piccole sagome negli angoli più bui. Gli sviluppatori sfruttano prospettiva, colori, decorazioni e architettura per far sembrare un felino parte integrante dell’ambiente.
Alcuni sono immediatamente riconoscibili e servono quasi da introduzione alla zona. Altri mostrano soltanto una coda o le orecchie, mentre quelli meglio nascosti possono essere notati esclusivamente osservando lo stesso punto da un’angolazione differente. La possibilità di muoversi liberamente negli ambienti tridimensionali diventa quindi fondamentale.
La macchina fotografica aggiunge un ulteriore passaggio. Non basta vedere qualcosa in lontananza e considerarlo trovato: bisogna avvicinarsi oppure cercare un punto dal quale sia possibile ottenere un’inquadratura valida. Questo permette di trasformare anche un gatto già individuato in un piccolo problema da risolvere.
La difficoltà non deriva dai comandi, volutamente immediati, ma dalla quantità di informazioni presenti sullo schermo. Più uno scenario è ricco di oggetti e decorazioni, più diventa semplice ignorare qualcosa che si trovava praticamente davanti agli occhi.
Il gioco diventa particolarmente efficace quando restano soltanto pochi gatti. A quel punto si inizia a osservare qualsiasi forma sospetta e ogni piccolo movimento attira l’attenzione. È una sensazione quasi investigativa, pur all’interno di una produzione completamente rilassata.

Gli enigmi impediscono alla ricerca di diventare troppo passiva
Limitarsi a nascondere centinaia di gatti avrebbe probabilmente reso l’esperienza ripetitiva molto velocemente. Cat Me If You Can evita almeno in parte questo problema inserendo oltre cinquanta enigmi e attività sparse nei nove livelli.
Alcune zone risultano inizialmente irraggiungibili e bisogna capire come aprire un passaggio o modificare una parte dello scenario. In altri casi è necessario osservare un indizio e collegarlo a un elemento presente nelle vicinanze. Non sono rompicapi pensati per bloccare a lungo, ma riescono a interrompere bene la routine della ricerca.
La loro semplicità è coerente con il resto del gioco. Il progetto non vuole passare improvvisamente da esperienza tranquilla a sfida logica particolarmente complessa, quindi gran parte delle soluzioni può essere intuita prestando attenzione all’ambiente.
Gli enigmi riescono inoltre a dare maggiore valore all’esplorazione. Un edificio apparentemente secondario può contenere un meccanismo necessario per raggiungere un’altra zona, mentre un oggetto visto all’inizio del livello può acquisire importanza soltanto dopo aver trovato un determinato indizio.
Anche la trasformazione cromatica degli ambienti contribuisce a rendere più evidente la progressione. Gli scenari partono con una forte predominanza del bianco e nero e recuperano gradualmente colore man mano che vengono completate le varie attività. Non cambia le regole, ma offre una ricompensa visiva costante e rende immediatamente percepibile il lavoro svolto.

Tre ambientazioni che cambiano completamente il tono della ricerca
I nove livelli sono suddivisi tra Antico Egitto, Giappone e Medioevo, e questa scelta impedisce alla direzione artistica di diventare monotona. Ogni area possiede una propria identità e soprattutto offre agli sviluppatori modi differenti per nascondere i gatti.
Le zone egiziane sfruttano colonne, statue e grandi costruzioni, privilegiando spesso la ricerca sulle distanze e sulle differenze di altezza. Gli scenari ispirati al Giappone sono più densi e permettono di giocare maggiormente con insegne, edifici e numerosi piccoli oggetti. Le ambientazioni medievali utilizzano invece mura, torri e abitazioni per costruire percorsi più verticali.
Sono proprio questi cambiamenti a rendere piacevole continuare dopo aver completato una zona. La meccanica rimane sempre la stessa, ma il modo in cui viene applicata cambia abbastanza da mantenere viva la curiosità.
Il limite principale emerge inevitabilmente quando si punta al cento per cento. Ripercorrere più volte una zona per individuare l’ultimo gatto può diventare stancante, soprattutto perché quando la raccolta è quasi completa diventa difficile capire dove concentrare l’attenzione. È il prezzo inevitabile di una formula basata quasi interamente sull’osservazione.

Per chi ama il completamento, però, questo limite diventa quasi parte del divertimento. I 63 obiettivi e l’enorme quantità di felini nascosti offrono un motivo concreto per controllare ogni scenario fino all’ultimo dettaglio, mentre chi vuole soltanto rilassarsi può ignorare tranquillamente il completamento totale e procedere con i propri tempi.
Cat Me If You Can riesce quindi a trovare un equilibrio interessante tra gioco di ricerca, esplorazione e piccoli enigmi. Non cerca di reinventare il genere, ma comprende bene cosa rende divertente trovare oggetti nascosti e sfrutta la libertà tridimensionale per costruire situazioni che un’immagine statica non potrebbe offrire.
La semplicità rimane il suo punto di forza principale. È possibile iniziare una partita senza dover imparare sistemi complessi, ma trovare tutti i 725 gatti richiede molta più attenzione di quanto sembri. E proprio quando si pensa di aver ormai imparato tutti i trucchi usati dagli sviluppatori, il gioco riesce spesso a nascondere l’ennesimo felino praticamente sotto il naso.