Strange Brew Recensione: l’apocalisse zombie più caffeinata e folle dell’anno

Quando un videogioco decide di costruire la propria identità attorno a un’apocalisse causata da un latte macchiato speziato alla zucca, è chiaro che non stiamo parlando di un titolo convenzionale. Strange Brew abbraccia il nonsense, lo trasforma in stile e costruisce attorno a questa idea un’esperienza arcade sorprendentemente solida.

Nei panni di Joe il Papero, mascotte improbabile ma determinata, il giocatore viene catapultato in una fuga continua tra orde di zombi assetati di caos. L’obiettivo è semplice solo in apparenza: sopravvivere abbastanza a lungo da raggiungere la prossima caffetteria MoonDucks ancora operativa. Nella pratica, è una corsa frenetica dove ogni secondo conta.

Gameplay frenetico e precisione assoluta

Il fulcro dell’esperienza è la velocità. Strange Brew non concede pause né momenti di respiro. Gli zombi sono sempre alle calcagna e il level design è studiato per mettere costantemente alla prova riflessi e tempismo. Il sistema di controllo è immediato e reattivo. Scatti improvvisi, salti millimetrici e schivate rapide sono fondamentali per evitare l’assalto continuo. Ogni ambiente è disseminato di pericoli e opportunità: attivare una trappola al momento giusto o sfruttare un’esplosione può ribaltare una situazione disperata.

La struttura richiama fortemente la filosofia arcade: il fallimento è dietro l’angolo, ma la ripartenza è immediata e invita a migliorare. Non si tratta solo di arrivare vivi alla fine del livello, ma di farlo con stile. Strange Brew premia il rischio. Il sistema di punteggio spinge il giocatore a non limitarsi alla fuga, ma a creare situazioni spettacolari. L’uso dei chicchi di caffè come esca è una meccanica tanto semplice quanto brillante: lasciarli cadere o lanciarli permette di attirare gruppi di zombi in punti strategici, preparandoli per eliminazioni multiple.

Più audace è la tua strategia, più alto sarà il punteggio finale. Questo elemento trasforma ogni partita in una sfida personale contro la classifica, aumentando esponenzialmente la rigiocabilità. Non esiste un approccio passivo. Restare fermi significa essere sopraffatti. Ogni salto dagli edifici, ogni scelta di percorso, ogni attivazione ambientale diventa parte di una coreografia caotica che richiede concentrazione totale.

Uno degli aspetti più riusciti è la personalità delle ambientazioni. Strange Brew non si limita a proporre scenari funzionali, ma crea veri e propri palcoscenici deliranti. Si passa da un rave in un magazzino industriale dove è possibile salire dietro la console del DJ, a una monorotaia lanciata a velocità folle, fino alla cima di una torre di raffreddamento nucleare. Ogni location è costruita per offrire sequenze spettacolari e momenti quasi cinematografici, senza mai perdere l’anima ironica che caratterizza l’intera produzione. L’estetica è volutamente sopra le righe, coerente con un mondo collassato per mancanza di caffè.

La modalità Morti Viventi del ‘68, giocabile in bianco e nero, è un omaggio dichiarato all’horror classico. Non è solo un filtro estetico, ma un modo diverso di vivere l’esperienza, con un’atmosfera più cupa e nostalgica. Percorsi alternativi, segreti nascosti e costumi sbloccabili aggiungono profondità alla struttura. Strange Brew incoraggia l’esplorazione e premia chi decide di deviare dal percorso principale. La natura arcade lo rende perfetto sia per sessioni brevi sia per lunghe maratone dedicate alla caccia del punteggio perfetto. Strange Brew è un concentrato di energia, ironia e adrenalina.

Non cerca realismo né una narrazione complessa. Punta tutto su ritmo serrato, meccaniche immediate e un’idea creativa che rimane impressa. È un platform d’azione 3D che sa essere leggero nella forma ma sorprendentemente preciso nella sostanza. In un universo dove la fine della civiltà coincide con la fine del caffè, l’unica risposta possibile è correre più veloce, saltare più in alto e accettare il caos con un sorriso.