The Prisoning: Fletcher’s Quest è una di quelle opere che non cercano di piacere a tutti e, proprio per questo, riescono a colpire nel segno. Non è un semplice platformer indie, né un metroidvania classico, ma una esperienza fortemente autoriale, costruita attorno all’ansia, al burnout creativo e alla fragilità mentale di chi crea videogiochi. Il risultato è un titolo che mescola ironia dissacrante, autoanalisi dolorosa e gameplay solido, con una consapevolezza rara nel panorama indie.
L’idea di base è tanto assurda quanto inquietantemente credibile. Dopo una seduta dallo psicologo finita nel peggiore dei modi, il giocatore si ritrova intrappolato nella mente di Fletcher Howie Jr., uno sviluppatore sull’orlo dell’esaurimento fisico ed emotivo durante le fasi finali di un progetto troppo grande per essere gestito. Quello che si esplora non è un mondo fantasy o fantascientifico, ma una prigione mentale, fatta di pensieri ricorrenti, frustrazione, senso di colpa e paura di fallire. Il gioco non lo nasconde, anzi lo rivendica apertamente: la storia è basata su eventi reali, o quantomeno su emozioni realissime per chiunque abbia mai lavorato sotto pressione creativa.
Dal punto di vista ludico, The Prisoning: Fletcher’s Quest si definisce un metroidvania-lite, e la definizione è centrata. L’esplorazione avviene attraverso ambienti interconnessi, con stanze che si rimescolano a ogni partita, creando una struttura semi-procedurale che rende ogni run leggermente diversa. Non si tratta di un procedural puro, ma di una selezione casuale di ambienti prefabbricati, scelta che mantiene un buon equilibrio tra varietà e controllo del ritmo.

Il gameplay è sorprendentemente solido. I controlli sono reattivi, il platforming è preciso e le meccaniche di combattimento risultano più profonde di quanto l’ironia del gioco lasci inizialmente intendere. Armi, potenziamenti, nemici e boss non sono semplici riempitivi, ma strumenti narrativi che rappresentano paure, ossessioni e blocchi mentali. Il gioco ti incoraggia a combattere tutto ciò che si muove, quasi come se eliminare i nemici fosse una metafora diretta del tentativo di zittire i pensieri intrusivi.
Uno degli aspetti più riusciti è il tono. The Prisoning riesce a essere ansioso e opprimente senza risultare pesante, grazie a un umorismo tagliente, spesso volutamente fuori luogo. Le descrizioni delle caratteristiche, le FAQ e perfino gli avvertimenti al giocatore sono scritti con una autoironia feroce, che smonta qualsiasi tentazione di prendersi troppo sul serio. Battute assurde, riferimenti nonsense e dichiarazioni apertamente contraddittorie convivono con momenti di sincera vulnerabilità emotiva, creando un contrasto che funziona sorprendentemente bene.

La narrazione non viene mai imposta in modo invasivo. C’è una storia, come il gioco stesso sottolinea con sarcasmo, ma viene raccontata attraverso ambienti, dialoghi frammentati e situazioni che parlano più per sensazioni che per spiegazioni dirette. Fletcher non è un eroe, non è un prescelto e non è nemmeno particolarmente simpatico: è una persona stanca, confusa e sotto pressione, ed è proprio questa normalità a rendere il racconto così efficace. Chiunque abbia vissuto periodi di stress intenso o blocco creativo riconoscerà molte delle dinamiche messe in scena.
Dal punto di vista artistico, la pixel art è volutamente eccessiva, quasi soffocante. I colori, le animazioni e il design dei personaggi contribuiscono a creare un mondo che sembra sempre sul punto di collassare su sé stesso. La scelta di una colonna sonora chiptune non è solo una necessità produttiva, ma una decisione coerente con il tono del gioco: ripetitiva, martellante, a tratti fastidiosa, proprio come l’ansia che il titolo vuole rappresentare. E sì, viene ribadito più volte che non contiene musica fusion jazz, come se fosse una rassicurazione fondamentale.

The Prisoning non ha paura di essere scomodo. Tra nudità pixellata, avvisi assurdi, riferimenti inutili e domande frequenti che sembrano scritte durante una crisi esistenziale, il gioco costruisce un’identità precisa: quella di un progetto nato da una condizione mentale difficile e trasformato in qualcosa di giocabile. Non tutto è perfettamente bilanciato, e alcune sezioni possono risultare volutamente frustranti, ma è una frustrazione coerente con il messaggio che vuole trasmettere.
The Prisoning: Fletcher’s Quest è una recensione giocabile del burnout creativo. È un titolo che usa il linguaggio del platformer e del metroidvania per raccontare una storia personale, vera e scomoda, senza mai scivolare nel vittimismo. Non è un gioco per chi cerca solo evasione o comfort, ma è perfetto per chi apprezza le esperienze autoriali, ironiche e cariche di significato. Un piccolo progetto che, dietro la maschera del nonsense, nasconde una lucidità emotiva sorprendente.